La recente decisione della Regione Lombardia, sotto la guida del Presidente Attilio Fontana, ha suscitato indignazione tra le associazioni ambientaliste e i cittadini preoccupati per la protezione della fauna selvatica. Con un atto che rischia di compromettere ulteriormente gli sforzi per la conservazione degli uccelli migratori, la Giunta lombarda ha sancito una serie di provvedimenti che riaprono, e addirittura rafforzano, una delle pratiche più discusse nel panorama venatorio: la caccia d’appostamento con l’utilizzo dei richiami vivi.
La caccia d’appostamento e l’uso dei richiami vivi
La caccia d’appostamento, sebbene regolarmente praticata in alcune aree, è sempre stata al centro di critiche per il suo impatto negativo sulle popolazioni di uccelli migratori. Questi animali, che si spostano lungo le rotte migratorie stagionali, sono particolarmente vulnerabili a questo tipo di caccia, che sfrutta il canto di uccelli tenuti in gabbia per attirare e abbattere i compagni selvatici. L’utilizzo dei richiami vivi è considerato da molte organizzazioni come una pratica crudele e dannosa per l’equilibrio ecologico, in quanto altera i comportamenti naturali degli animali e mette a rischio intere specie di uccelli.
La risposta della Regione Lombardia: 200mila euro per “sanare” le irregolarità
L’intervento della Regione Lombardia ha suscitato polemiche non solo per la scelta di riabilitare questa forma di caccia, ma anche per il modo in cui la Giunta ha affrontato il problema delle irregolarità legate alla pratica. A quanto risulta, le forze dell’ordine avevano accertato gravi violazioni in passato, rivelando come la caccia d’appostamento fosse stata spesso accompagnata da pratiche illecite, come l’uso di richiami non registrati e l’abbattimento di uccelli protetti. Tuttavia, anziché adottare misure restrittive per arginare il fenomeno, la Regione ha deciso di avallare queste irregolarità con un provvedimento che prevede l’immissione di nuove risorse a favore dei cacciatori.
Con un finanziamento di 200mila euro, la Lombardia ha scelto di produrre e distribuire gratuitamente circa 247mila contrassegni ai cacciatori. Ogni contrassegno corrisponde a un capo di fauna selvatica denunciato nell’apposita banca dati regionale. Questo intervento è stato presentato come una misura per “sanare” le irregolarità legate alla pratica della caccia d’appostamento, ma è stato immediatamente contestato da chi teme che ciò legittimi ulteriori abusi e violazioni della normativa sulla tutela della fauna.
Le critiche delle organizzazioni ambientaliste e delle forze politiche
Molti esperti di diritto ambientale e protezione della fauna selvatica vedono in questa decisione un clamoroso passo indietro nella lotta contro il bracconaggio e l’abuso delle risorse naturali. In particolare, l’introduzione di una misura che premia, anziché sanzionare, chi ha già violato la legge non fa che alimentare la sensazione che la politica regionale sia più orientata a favorire gli interessi di una parte della popolazione, quella dei cacciatori, piuttosto che a tutelare l’ambiente e la biodiversità.
Le motivazioni ufficiali fornite dalla Giunta lombarda, che ha giustificato la distribuzione dei contrassegni come una misura per correggere le “disfunzioni” nella gestione della caccia, non sono riuscite a convincere gran parte delle forze politiche e delle organizzazioni ecologiste. Secondo il Governo Regionale, infatti, l’obiettivo sarebbe quello di semplificare le procedure e regolarizzare la caccia d’appostamento, ma molti hanno sottolineato che l’effetto pratico di questa misura potrebbe essere esattamente l’opposto. Con la distribuzione gratuita di contrassegni, infatti, si dà il via a una sorta di “amnistia” per chi ha commesso violazioni, senza che venga mai effettuata una vera e propria indagine sulle modalità con cui queste irregolarità si sono verificate.
Il rischio per gli uccelli migratori e la biodiversità
Al centro della polemica c’è, naturalmente, la questione della protezione degli uccelli migratori. Ogni anno, milioni di uccelli attraversano la Lombardia, percorrendo rotte migratorie che li portano a cercare rifugio nei paesi del Mediterraneo e dell’Africa. Alcuni di questi uccelli sono specie protette, il cui numero è in calo a causa della perdita di habitat, dei cambiamenti climatici e, non meno importante, della caccia indiscriminata.
La Lombardia, che ospita numerosi ecosistemi vitali per la sosta e il riposo di questi animali, si trova oggi al crocevia di una decisione che potrebbe segnare il destino di molte di queste specie. I danni potenziali alla biodiversità e l’effetto negativo sulla fauna selvatica sono temi che non possono essere ignorati.
Le reazioni delle organizzazioni ambientaliste
Le associazioni ambientaliste, a partire da Legambiente e WWF, hanno immediatamente condannato la decisione della Regione Lombardia. Secondo queste organizzazioni, non solo il provvedimento favorisce un ulteriore allentamento delle norme contro la caccia, ma rischia di minare anche gli sforzi più ampi di protezione della natura.
Il contesto europeo e le normative sulla protezione degli uccelli migratori
L’Unione Europea, da parte sua, ha da tempo ricordato l’importanza di tutelare le rotte migratorie degli uccelli attraverso una legislazione rigorosa che impedisca la caccia indiscriminata. L’uso dei richiami vivi è stato bandito in molte nazioni europee, proprio per il suo impatto negativo sulle popolazioni di uccelli migratori.
In Italia, la Legge 157 del 1992 stabilisce la protezione delle specie di uccelli migratori, ma la sua applicazione in Lombardia ha mostrato sempre più evidenti lacune. La decisione della Giunta lombarda sembra quasi sfidare questa normativa, favorendo un settore che, nonostante le evidenti problematiche legate alla sostenibilità ambientale, continua a ricevere supporto.
La mobilitazione della società civile
Di fronte a questa situazione, numerosi cittadini e gruppi di attivisti hanno deciso di mobilitarsi per chiedere un’inversione di rotta. È ormai chiaro che la tutela della fauna selvatica non può essere sacrificata sugli altari della politica regionale, in nome di un presunto equilibrio tra gli interessi economici dei cacciatori e la protezione dell’ambiente.